Sacro & Profano: le' ntuppatedde 

Prettamente catanese era la maschera delle ‘ntuppatedde (le imbacuccate), usata dalle donne nelle celebrazioni agatine di Febbraio e di Agosto.

Nella descrizione fattane da don Pietro Carrera, autore dell’opera "Le memorie storiche della città di Catania" edita in tre volumi tra il 1639 e il 1641, la maschera, detta degli «occhiali e babaluchi», consisteva in un fazzoletto di tela bianco, legato al capo in modo da coprire il viso e aperto all’altezza degli occhi da due «fenestrette».

A distanza di oltre due secoli, il travestimento femminile in occasione della festa di Sant’Agata era ancora in voga. Ne fa menzione Giovanni Verga nella novella "La coda del diavolo" pubblicata nel 1876. L’usanza gioca un ruolo decisivo negli sviluppi della trama, incentrata sul triangolo amoroso. «Dalle quattro alle otto o alle nove di sera la ‘ntuppatedda è padrona di sé (cosa che da noi ha un certo valore), delle strade, dei ritrovi, di voi, se avete la fortuna di esser conosciuto da lei, della vostra borsa e della vostra testa, se ne avete», scrive Verga rivolgendosi agli uomini, che del gioco erano le vittime predestinate. 

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Alle donne di ogni ceto si riconosceva «il diritto di ‘ntuppatedda», che permetteva loro di andare in giro mascherate con libertà «d’intrigare» amici e conoscenti senza alcun ritegno, di girovagare senza sosta in compagnia dell’uomo prescelto, di esercitare il proprio ruolo seduttivo senza alcuna resistenza da parte della vittima. A garantire «il segreto della ‘ntuppatedda» era il travestimento. «Il costume componesi di un vestito elegante e severo, possibilmente nero, chiuso quasi per intero nel manto, il quale poi copre tutta la persona e lascia scoperto soltanto un occhio per vederci e per far perdere la tramontana, o per far dare al diavolo. La sola civetteria che il costume permette è una punta di guanto, una punta di stivalino, una punta di sottana o di fazzoletto ricamato, una punta di qualche cosa da far vedere insomma, tanto da lasciare indovinare il rimanente», annota il Verga non senza un qualche rimpianto per «un’usanza che se ne va». 

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Del mascheramento in uso nelle celebrazioni agatine fece menzione nel Settecento il francese Jean Houel (1735-1813), abile incisore, pittore e architetto. Giunto in Italia per la prima volta nel 1769, ritornò nell’isola nel 1776 per un lungo soggiorno durato sino al 1779. Nelle sue tavole a guazzo e nei suoi resoconti Houel annotò monumenti, leggende, feste, processioni, paesaggi. Ne nacquero i quattro volumi del Voyage pittoresque, pubblicati a Parigi tra il 1782 e il 1787.

Houel prese nota del mascheramento delle donne nell'assistere alla processione dell’ultimo giorno, quello del rientro della Santuzza in cattedrale: «Non devo dimenticare di dire che vi sono in questa processione molti penitenti bianchi, cioè uomini avvolti in un sacco bianco che li rende irriconoscibili […]. Invece molte donne, di ogni condizione sociale, si coprono, col pretesto della penitenza e della modestia, con la mantella nera, cioè un grande velo che le nasconde totalmente dalla testa ai piedi, tranne un occhio soltanto che serve loro da guida; in tal modo nel loro velo nero le donne sono altrettanto irriconoscibili di quanto non lo siano gli uomini nel loro sacco bianco. Così mascherate, esse seguono la processione e corrono attraverso tutta la città, fermando ogni uomo che conoscono o che fanno mostra di conoscere: concittadini o stranieri, preti, monaci, gente di ogni specie, senza eccezione alcuna; a questi chiedono e si fanno dare la fiera, che consiste per lo più in dolciumi o qualche altra sciocchezza. Gli attacchi delle donne, la difesa che oppongono gli uomini, i loro tentativi di indovinare chi esse siano, tutto ciò dà luogo talvolta a delle schermaglie verbali assai piccanti; è un gioco che ricorda gli intrighi dei balli all’Opéra di Parigi […]».

La festa della patrona catturò l’attenzione di Houel sin dal primo giorno, quando vide sfilare un corteo di autorità, cavalieri e gentiluomini per dirigersi in Cattedrale e poi condurre in processione i palî lì esposti, destinati a premiare i vincitori delle corse di cavalli del giorno seguente. Houel seguì la festa anche nel secondo giorno quando «i grossi ceri, o piuttosto le grosse torce, sono riunite in una piazza, sistemate su un piedistallo, e trasportate su certe lettighe assai simili a portantine» e poi portati in processione in Cattedrale per l’offerta e la benedizione. L’artista francese assistette anche alle corse dei cavalli svoltesi con grande pompa nel terzo giorno.

A lasciarlo stupefatto furono, però, le celebrazioni del quarto giorno, quello della sfilata lungo «la magnifica strada che dalla Cattedrale conduce alla porta d’Aci», dove si compose uno scenario talmente suggestivo da meritare di essere eternato da Houel. «Il carro, i ceri, i gigli, i nobili a cavallo, i senatori seduti, offrivano uno spettacolo fra i più straordinari», scrisse nelle sue note. Le celebrazioni proseguirono poi nella piazza della Cattedrale, protraendosi sino al calare della notte ricche di innumerevoli suggestioni: «i gigli […] furono sistemati sulla piazza e accanto ai senatori fu messa la grossa, enorme torcia che il Re doveva offrire alla Santa», poi«la grande processione di tutti gli ordini religiosi», e infine la sfilata di seminaristi e canonici «di diversa specie». Nell’oscurità della notte «le luminarie diffondevano luce da ogni parte[…], tutta la città si abbandonava a una gioia tumultuosa e delirante. Da ogni parte si sente gridare: viva Sant’Agata! Per tutta la notte la città resta sveglia»

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Jean Houel, Processione di sant’Agata, 1780 a. c

Non meno suggestivo gli parve il quinto giorno quando, lasciata la cattedrale all’alba, il busto della Santa, passando per la porta della Marina, venne portato in processione per l’intera giornata, prima sul lungomare e poi nel resto della città, per tornare, infine nella cattedrale. Nella piazza del Duomo la festa raggiunse l’acme e consumò la sua fine tra scoppi di mortaretti, grida e acclamazioni. Il piano di Sant’Agata, principale teatro della cerimonia, non meritò grande apprezzamento da parte di Houel: «I palazzi della città che circondano la piazza richiedevano, da parte del disegnatore che volesse raffigurarli fedelmente, una dose di pazienza maggiore di quanta me ne ispirasse la loro architettura».

Sommaria e superficiale fu la sua notazione riguardo all’obelisco e all’elefante con la gualdrappa. «L’obelisco è egiziano; è fatto di granito e coperto di geroglifici. Secondo una nozione diffusa a Catania, fu messo in una pubblica piazza perché servisse da stilo, o da gnomone, per indicare l’ora con la sua ombra proiettata su di un quadrante tracciato a terra. La stessa tradizione vuole che i Calcidesi, fondatori di Catania, introducessero per primi in Italia lo studio dell’astronomia. Sembra che l’obelisco fosse stato posto sul dorso di un elefante di pietra lavica, e che il pachiderma fosse stato poggiato a sua volta su un piedistallo; il tutto era poi crollato, andando in frantumi, in occasione di qualche guerra o qualche terremoto. All’inizio di questo secolo, quando Catania fu ricostruita, l’obelisco si trovava sotto terra; è stato riportato alla luce e rimesso sull’elefante, e questo è stato poggiato su un piedistallo dopo essere stato restaurato, giacché aveva la proboscide e le zampe spezzate. Io l’ho rappresentato come l’ho visto: gli architetti moderni hanno aggiunto all’elefante una specie di gualdrappa marmorea: un elefante sul quale sta dritta la Minerva».

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Jean-Claude Richard de Saint-Non

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Letterato, scrittore, pittore e incisore, nonché editore, il Saint-Non fu instancabile viaggiatore. Fece il suo primo Grand Tour in Italia tra il 1759 e il 1761, soggiornando a Roma e spingendosi sino a Napoli. A Roma nacque il rapporto di amicizia con i giovani artisti connazionali, Hubert Robert e Jean Honoré Fragonard, questiautore di un ritratto del Saint-Non conservato al Louvre con il titolo Figure de fantaisie. Presa dimora a Villa d’Este, i tre collaborarono alla realizzazione di una serie di acquefortiche illustravano luoghi, opere d’arte e antichità da loro visitate. Una volta rientrato a Parigi, l'abate de Saint-Non ne ricavò un diario di viaggio, che in veste di editore diede alle stampe. A distanza di oltre un decennio, sulla scia dell’interesse suscitato dalle scoperte archeologiche di Pompei ed Ercolano,il Saint-Non progettò una nuova impresa editoriale, stavolta dedicata alla Magna Grecia.

 

Il viaggio nei regni dell’Italia meridionale ebbe inizio nel novembre 1777 e durò poco più di un anno. Alla spedizione parteciparono prestigiosi artisti francesi, quali il paesaggista Claude Louis Chatelet (1753-1794), l’architetto e vedutista Louis Jean Desprez (1742-1804) e l’architetto Jean Augustin Renard (1744-1807). Allo scrittore, archeologo e numismatico Dominique Vivant Denon (1747-1825), fu affidato il ruolo di guida tecnica. Ne nacque una ricchissima serie di vedute “pittoresche” che, al ritorno a Parigi, furono pubblicate tra il 1781 e il 1786 in un dettagliato diario di viaggio, edito nei cinque volumi del "Voyage pittoresque des Royaumes de Naples et de Sicile" .

Nella Vue de la place de l’Obélisque à Catane, pubblicata nel 1785, Jean-Claude Richard de Saint-Non restituisce un’immagine settecentesca del piano di Sant’Agata, ove domina la cattedrale ancora priva della balaustra realizzata dal Battaglia nel 1804; i balconi centrali della casa del Senato a sinistra e del palazzo del Seminario a destra sono sormontati dalla tenda, destinata a proteggere i senatori e i seminaristi che assistevano alle feste. Nell’incisione una sequenza di scene carnevalesche rende testimonianza delle usanze legate alla festa profana. A sinistra, si nota un baraccone a due piani, attrezzato nel piano inferiore per la mescita del vino e nel piano superiore per gli spettacoli di farsette recitate dai personaggi in maschera. Dinanzi al baraccone sosta un gruppo di maschere a piedi e a cavallo. Carico di pulcinella, un carro a due sponde coperto nella parte posteriore sopraggiunge da destra trainato da quattro cavalli, due dei quali cavalcati da destrieri in maschera di pulcinella con stendardo e ciancianiddàru.

 Sulla sinistra, accanto al baraccone, un gruppetto di maschere armato di una grossa siringa si accinge a fare il serviziale ad un cane e ad un cavallo. Al di là del satirico riferimento a La vergine cuccia del Parini, colto dal Policastro, l’episodio attesta la volgarità e la crudeltà che, in nome di una malintesa libertà, si accompagnavano al carnevale. Nonostante i bandi e i decreti, spesso lo scherzo rischiava di tramutarsi in accanita violenza e il frizzo rischiava di diventare pesante ingiuria.

Uno degli scherzi prediletti era la baia carnevalesca. Consisteva nell’attaccare con spilli, o nell’appiccicare con colla, all’abito di un passante a mo’ di coda un truciolo di carta, un bioccolo di stoppa, un pezzo di straccio. La vittima si accorgeva dello iabbu (burla) quando alle sue spalle risuonava il grido di scherno, detto a Catania callà. Un altro scherzo consisteva nel fare scoppiare sulle spalle o all’orecchio del malcapitato di turno ‘a vozza, un gozzo di pollo rigonfio, per rintronare la vittima. Al lancio di canigghia (cruscherella) e pruvigghia (polvere di gesso), si aggiunse con il tempo il lancio di pittiddi, minutissime parti di carta tagliuzzata. Al vocio della folla si univano le urla dei più esagitati, le grida dei venditori, gli sghignazzamenti e i fischi, accompagnati da suoni di corni, conche marine, campanacci, tegami, padelle. I botti e itricchi-tracchi venduti dai fruariddara (fabbricanti di razzi), completavano il divertimento e accrescevano il frastuono.

Come è noto, il carnevale crescit eundo. Nei tre giorni che precedevano la quaresima, ‘i tri ghiorna di lu picuraru, la baldoria aumentava senza freno per raggiungere il culmine nell’ultimo giorno, quando a mezzanotte ‘u Nannu, ossia il fantoccio di stoffa che rappresentava il carnevale, veniva bruciato tra il chiasso degli uomini ubriachi e il triulu delle donne che, a mo’ di prefiche, inframezzavano piagnistei e lamentazioni con il grido comu muriu figghiu carnalivari!, pronunciato con voce stridula. Dopo la mezzanotte, avvenuta la cremazione, erano ancora le donne ad annunciare la quaresima, recitando per strada li cosi di Diu. La festa profana, foriera di allegria, si spegneva nel cammino di penitenza, destinato a durare quaranta giorni.

È arduo segnare la linea di confine tra sacro e profano nel costume di una comunità, la cui identità ha radici pagane e cristiane.

Nel cuore di Catania il monumento simbolo dell’identità collettiva, fulcro della piazza con la cattedrale dedicata alla Santuzza, ha come emblema l’elefante, antico genius loci, simbolo di forza, stabilità e solidità. Fu per volontà di Federico II che un forte e longevo elefante venne a sostituire il simbolo dell’identità cristiana, ilSan Giorgio che uccide il drago. Fu per mano di un abate, Giovambattista Vaccarini, che nel cuore della città risorta si composero in assemblaggio una serie di simboli di varia provenienza. L’elefante e l’obelisco. Il simbolismo, che rese caro l’elefante a Federico II, si intrecciò con gli innumerevoli significati dell’albero della vita, emblema di fertilità, immortalità e sapienza. Un obelisco ottagono a simboleggiare la forza irradiante dei raggi del sole. Geroglifici egizi allusivi ad arcani retaggi di religiosità zoomorfa. Le epigrafi dedicatorie, riferite l’una al culto della dea Minerva e l’altra agli incantesimi del mago Eliodoro. Sul cartiglio la cifra M.S.S.H.D.E.P.L. “La mente di Sant’Agata è santa e spontanea per l’onore di Dio e la liberazione della patria”.

Sulla gualdrappa la dea Minerva. In cima all’obelisco la palla-mondo, le palmette emblema di sant’Agata, oltre che simbolo di Iside e Cerere, infine i gigli della Vergine martire e la croce di Cristo. 

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Monumento vaccariniano nella piazza del Duomo di Catania

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Minerva. Cerere. Iside. Agata. ‘A Santuzza. Un filo sottile lega la giovane martire cristiana traslata in Oriente e l’antica dea egizia approdata in Occidente. Agata, vergine martire della cristianità, subisce l’ablazione delle mammelle. Iside, pagana nutrice dell’umanità, offre la mammella al figlio Arpocrate. Offerta di mammelle e libagioni di latte. Bianco. Virginale. Una bianca tunica. Una teoria di bianche tuniche. Una processione. È arduo segnare la linea di confine tra sacro e profano.

Statua di Sant’Agata nella facciata del Duomo di Catania

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