L'emblema di Catania (l'antica Càtinon) dal 1239 è l'elefante.

La sua origine è molto antica.  Ci sono varie storie intorno a questo emblema.

Una racconta di come l'elefante sia stato l'unico animale a difendere la città, quando le belve

del circondario attaccavano i suoi abitanti. Questa leggenda, ricollegandosi al fatto storico

che la Sicilia, nel paleolitico superiore, possedeva tra la sua fauna originaria anche l'elefante

nano, racconta che quando Catania fu per la prima volta abitata, tutti gli animali feroci e

nocivi furono messi in fuga da un benigno elefante, al quale i catanesi, in segno di gratitudine,

eressero una statua.

Altro elemento da prendere in considerazione è il culto di Dionisio, che ebbe molta diffusione nei periodi ellenistico e romano della Sicilia; e, com'è noto Dionisio sconfisse le Amazzoni proprio a cavallo di un elefante.

La fama dell'animale poi ebbe la definitiva espansione quando Annibale fece vacillare l'Impero Romano, proprio con le sue truppe di elefanti.

A Catania l'elefante divenne il simbolo della città. Venne preparata una scultura dell'animale, usando però non marmo o travertino, bensì pietra lavica; in questo modo la statua avrebbe protetto il territorio dalla furia dell'Etna, come un talismano. La figura fu posta sulle porte della città e vi rimase fino ai tempi della dominazione araba, quando fu trasferita nella chiesa dei Benedettini.

Il nome dell'elefante (Liotru) deriva da Eliodoro, un mago che visse intorno al 725 d.C. In quel tempo Catania era una provincia bizantina dell'Impero Romano d'Oriente, retto allora da Leone III l'Isaurico. Eliodoro era dotato di poteri soprannaturali, era un mago, un incantatore. Come aveva ottenuto le sue capacità? Questo individuo era un uomo intelligente e ambizioso, che aspirava a diventare vescovo di Catania, e poi magari prefetto. Ma pur con tutte le sue doti, non riusciva ad affermarsi.

Un giorno però conobbe uno stregone ebreo, che lo iniziò alle arti magiche e lo convertì al giudaismo.

La leggenda vuole che una notte Eliodoro si recasse presso il sepolcro degli eroi, ponendosi in cima a una colonna per evocare il diavolo, grazie a un misterioso scritto che gli era stato consegnato dallo stregone ebreo. In cima alla colonna, lacerò e disperse la pergamena al vento. Satana infine apparve e gli chiese cosa volesse. Eliodoro gli confidò le sue ambizioni, al che il demonio gli disse: “Se rinneghi la fede in Cristo, ti pongo a fianco uno della mia corte, Gaspare, che sarà tuo servo, e ti conferirò poteri magici.” Eliodoro accettò e in questo modo ottenne poteri straordinari. Sono moltissimi gli incantesimi attribuiti a Eliodoro. Pare che fu lui stesso a costruirsi magicamente l'elefante, con la lava dell'Etna. A cavallo della magica creatura girava per la città, facendo scherzi e dispetti alla popolazione. Si racconta poi che andasse al mercato e comprasse tutto ciò che volesse, pagando in ori e diamanti; ma una volta che se ne andava, i preziosi si trasformavano in sassi. Una volta invece beffò il nipote del vescovo. Lo fece puntare a una corsa di cavalli, facendolo vincere. Ma al momento della premiazione il cavallo vincente parlò, davanti agli astanti stupiti, rivelando che in realtà era Satana stesso, messosi al servizio del mago per lo scherzo, e poi sparì.

Un sortilegio veramente perfido lo fece ai danni di Costantinopoli. Si trovava in visita nella città, portatovi dall'inviato dell'imperatore, Eraclio. La moglie di Eraclio era irritata, perché il marito era stato costretto a fare due viaggi in mare per prendere Eliodoro; il mago poi esercitava una forte influenza sul coniuge, plagiandolo per i suoi scopi. Quando infine Eraclio ed Eliodoro arrivarono a Costantinopoli, la donna vide il mago, nero e sporco, di aspetto misero; allora sbottò e prese a insultarlo e minacciarlo. Eliodoro, furente, decise di darle una lezione che non avrebbe più dimenticato. Di colpo l'intera città cadde nel buio completo, tutti i fuochi si estinsero e tutte le luci si spensero. Poi una vampa magica scaturì dalle abbondanti terga della donna, che fuggì in preda alla disperazione e alla vergogna, trascinandosi fino alla piazza principale, tra le risa della popolazione. I cittadini sghignazzando le si accostavano per accendere le torce, visto che la sua era l'unica fonte di luce. La donna giacque urlando per tre giorni e tre notti. Tutto il popolo rideva, alle spalle dei potenti della corte, e l'imperatore era esasperato. Intanto il santo vescovo Leone predicava contro le magie diaboliche di Eliodoro, che ancora più superbo spadroneggiava su Catania, beffandosi di tutti e di tutto ciò che più sacro era al mondo.

 

           L'ultima battaglia di Eliodoro


Una notte di aprile dell'anno 726 Eliodoro meditava sulla sua vita, chiuso in casa. Era una notte cupa, senza vento, il cielo era nuvoloso e minaccioso, una notte atipica per Catania. Il mago ripensava a quello che aveva realizzato. Aveva sbeffeggiato potenti e nobili, i suoi poteri avevano ridicolizzato perfino l'imperatore. Ripensava con piacere a quella volta in cui era sfuggito perfino a una condanna a morte a Costantinopoli, con un incantesimo memorabile; in quell'occasione, la mannaia del carnefice era già alta sulla sua testa, quando si sentì un forte puzzo di zolfo. Eliodoro si rimpicciolì così tanto che si sciolse dai legami, entrò per una manica del carnefice uscendo da quell'altra. Poi riprese le sue dimensioni normali, gridando “Se mi volete sono a Catania!” e svanì nel nulla. Così lo stregone rifletteva sui suoi successi compiacendosi della sua abilità, ma un'ombra in tutto questo lo infastidiva. Era il vescovo di Catania, Leone, il Santo Taumaturgo, a cui si attribuivano facoltà miracolose, l'unico che avesse ancora presa sulle genti di Catania e che minacciava il suo dominio sul popolo.

                                                                 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Avrebbe celebrato la messa alla cappella di Santa Maria di Betlemme e si chiedeva come potesse approfittarne.

Così il mago passò la notte tra meditazioni, evocazioni e invocazioni, finché non si sentì ricolmo di potere. Venne il mattino e un sole pallido e macchiato, come se avesse il vaiolo, sorse. Eliodoro ne trasse un buon auspicio per l'impresa. San Leone, come previsto, stava celebrando una messa solenne, alla quale era convenuta una gran quantità di fedeli. Ecco che apparve lo stregone che, insinuandosi tra la gente, cominciò a tessere i suoi perfidi incantesimi. A uno fece spuntare le corna, a un altro mutò il volto in quello di un maiale, altri ancora in scimmia o bue; alcune persone fece diventare calve, ad altre i capelli crebbero in lunghe e ricciolute chiome. Alla vista di questi prodigi qualcuno rideva, altri invece si tiravano indietro, per paura. L'incantatore, avanzando fino alle prime file, sfidò il vescovo: “Che diavolo perdi tempo con quelle fandonie, Leone! Vieni con noi a ballare in piazza!”

Il vescovo lo ignorò, continuando a pregare e a celebrare la messa. Quando terminò con l'Ite Missa Est, scese dall'altare e si avvicinò allo stregone, che continuava a deriderlo. Leone si tolse la sacra stola, gliela gettò al collo e tenendola saldamente per i due capi gridò: “Per Christum Dominum meum, nihil hic valebunt magicae artes tuae.” Eliodoro si ritrovò paralizzato da una forza sovrumana, non poteva né muoversi né parlare. Il vescovo ordinò allora di scavare una fossa di fronte alla chiesa, di colmarla di fascine e di appiccare il fuoco. Quando le fiamme furono alte il prelato entrò nel rogo trascinandosi dietro Eliodoro. In mezzo alle fiamme Leone rimase dritto, con aria solenne, sacra, perché il fuoco non lo attaccava. Lo stregone invece veniva divorato dalle vampe. Alla fine il vescovo uscì dall'incendio integro, mentre il diabolico mago era distrutto per sempre.

 Così moriva il potente stregone, ma "U liotru", la sua cavalcatura incantata, sarebbe sopravvissuta fino ai nostri giorni..

 Il giusto castigo inflitto a Eliodoro è ricordato, ancora oggi, da due piccole tele che si conservano, rispettivamente, nella sacrestia della Cattedrale e nel nostro Museo Civico (sala 28, terzo scomparto): la prima, dovuta al pittore trapanese Vincenzo Errante (sec. XIX); la seconda, proveniente dal monastero dei Benedettini, attribuita, da taluni, a Giuseppe Patania (pittore palermitano della fine del Settecento - inizio dell'Ottocento), da altri, al Velasques siciliano.

 

Doveva sconfiggerlo, in qualche modo. Sapeva che il giorno dopo il vescovo

avrebbe celebrato la messa alla cappella di Santa Maria di Betlemme e si chiedeva come potesse approfittarne.

Il lacchè Gaspare gli si accostò umilmente dicendo: “Eliodoro, ormai è molto tempo che ti servo. Credo che domani, se userai bene le forze in tuo possesso, potrai finalmente sconfiggere quel vescovo testardo, che si oppone a noi e al nostro Padrone. Magia e false credenze sono popolari in questo luogo, già dai tempi di papa Gregorio, che inutilmente ha tentato di debellarle. Ora però le cose stanno peggiorando, stiamo perdendo influenza. Devi impegnarti a fondo e combattere la battaglia decisiva contro il vescovo, esponendolo al pubblico ludibrio.” Eliodoro si drizzò orgoglioso, guardò Gaspare con arroganza e rispose: “Vedrai, domani la mia fama supererà quella di Simon Mago, avrò la mia vittoria! Ora lasciami solo, devo prepararmi in modo adeguato.”

 

“U Liotru” e la leggenda di Eliodoro

Giuseppe Patania (Palermo 1780-1852)
San Leone fa ardere il mago Eliodoro
Bozzetto, Olio su tela, cm 67x52
Catania, Museo Civico Castello Ursino, inv. 7933
Inedito

Matteo Desiderato secolo XVIII (seconda metà)
olio su tela, 410 cm × 275 cm
Chiesa Madre, Santa Maria di Licodia

Quanto all'elefante che - sempre secondo la tradizione popolare - aveva servito ai prestigi del mago, quale portentosa cavalcatura per i suoi rapidissimi viaggi da Catania a Costantinopoli e viceversa, dopo essere stato lungamente dimenticato, venne ricondotto in città dai padri Benedettini del monastero di S. Agata e posto ad adornare un antico arco o porta, detta, appunto, "di Liodoro" o "di lu Liòduro".

Nel 1508, però, essendo stato completato il vecchio Palazzo di Città, la porta predetta, che si trovava alla sua destra, venne abbattuta e l'elefante posto sull'alto del prospetto della parte nuova dell'edificio, a settentrione, quale glorioso emblema della città, con la seguente iscrizione: Ferdinandus. Hispaniae utriusque. Siciliae. Rege - Elephans erectus fuit a Cesare Jojenio - Justitiario – MDVII

La medievale platea magna stretta tra la cattedrale il palazzo vescovile e la loggia del senato, dopo il 1693 fu riorganizzata e trasformata in un vasto spazio perimetrato da solenni edifici. Le discussioni riguardo la nuova piazza saranno state vivaci e molte le proposte per renderla nuovamente comprensibile. Dalle macerie delle città distrutta erano stati recuperati: un obelisco in granito rosa e un elefante di pietra lavica privo delle proboscide e di parte delle zampe. Se diamo credito a quanto riferito agli scritti sull’argomento, l’elefante forse pertinente all’area portuale della catania romana, era posto sopra l’arco a cavallo della strada che usciva dalla platea magna passando tra la loggia del senato e il vescovado. Nel 1508 l’arco fu demolito per ampliare la strada  e l’e. venne trasferito sul prospetto nord della loggia una posizione importante per l’animale rappresentato nello stemma e nelle monete della città. Riguardo all’obelisco opera egittizzante forse di epoca imperiale romana, si intrecciavano leggende pagane e fantasie antiquarie, fratturato all’estremità superiore e inferiore, era stato reimpiegato come architrave nell’antico palazzo vescovile. Ne fu rimosso nel 1620 durante i lavori di ampliamento nel 1677 il principe Alessandro di Bernoville, governatore generale, vedendolo abbandonato a terra lo fece erigere di fronte alla loggia. Nel 1727 l’olandese Filippo d’Orville suggerì di inserire l’obelisco abbattuto dal terremoto in un monumento che celebrasse la città risorta e fosse memoria di quella distrutta. I cantieri dei palazzi a perimetro della  piazza e della cattedrale erano ben avviati ed erano maturati i desideri di riorganizzare lo spazio e di recuperare i simboli della città. Si pensò di collocare una fontana nel sito già occupato dall’antica loggia del senato e quasi in asse con il nuovo palazzo senatorio e dei chierici. Di fronte alla cattedrale Lo spazio doveva rimanere libero per consentire il transito di cortei e processioni e lo svolgersi dei commerci come documentato dalle incisioni del settecento e dell’ottocento; nel 1735 Vaccarini diede forma all’idea certo ricordando il monumento di Bernini in piazza della Minerva. Ultimata nel 1736 la fontana catanese fu scoperta nel gennaio del 1737 e divenne il fulcro della grande piazza. La vasca quadrilobata alla base fu aggiunta nel 1757; il monumento celebra Catania e la sua patrona, il basamento ricorda i fiumi Amenano e Simeto l’elefante reca sulla gualdrappa il motto e lo stemma della città, l’obelisco richiama il passato glorioso dominato dalla sfera, dai simboli agatini e dalla croce. Le numerose iscrizioni offrono la spiegazione, la dedica e la cronologia del monumento.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nell’ottocento e nel primo novecento per dare respiro all’insieme furono aggiunti una seconda vasca circolare e una recinzione a cancellata, poi eliminata. Sul fianco destro dell’elefante l’iscrizione sotto la personificazione di Amenano: ora scorre, talvolta è arido per le fonti asciutte tuttavia qui l’Amenano reca acque perenni. Sul fianco sinistro sotto Simeto: Simeto un tempo il re Simeto mi ha tributato gloria qui la mia acqua sgorga e da qui più limpida fluisce. Iscrizioni sul piedistallo sulla fronte: D.O.M. sotto il regno di Carlo di Borbone il senato e il popolo di Catania fece erigere questo obelisco iscritto con ignoti caratteri egiziani senza dubbio il migliore tra i principali monumenti fra i principali monumenti dell’antichità di Sicilia, simbolo della magnificenza della patria, della religione degli avi e dell’antica Minerva perché sia di onore per le genti passate, di stimolo per le presenti di memoria per le future, l’anno 1736. Sul retro: l’antico elefante di Catania aggiunge pregio alla splendida città e ai suoi cittadini con la sua straordinaria pazienza, saggezza e mitezza. Il senato e il popolo di Catania hanno voluto che fosse saldamente e abilmente fondata  questa bellissima statua in pietra dell’Etna un tempo appartenuta al mago Eliodoro affinché non sia ignota a nessuno l’anno 1736. Alla sommità la sfera dell’universo affiancata ai simboli del martirio e della verginità di agata un ramo di palma e uno stelo di giglio. L’acrostico m.s.s.h.d.e.p.l. non ha ancora soluzione certa. Il progetto della fontana: papa Alessandro Settimo suggerì a Bernini il modello figurativo della fontana della Minerva un’incisione dell’Ipnerotomachia Polifili storia di Polifilo in cerca dell’amata Polia scritta da Francesco Colonna nel 1499. Vaccarini forse prese visione del romanzo allora molto noto il suo elefante infatti corrisponde più alla descrizione del colonna che a quello berniniano anche per i riferimenti cromatici. Segue descrizione del colonna: “Uno maximo elephante di nigricante petra più che obsidio nella summitate del suo amplissimo dorso avea uno meraviglioso ephippio aeneo (sella di rame) cum due stringente cingule circumacte al mostruoso corpulento. Dunque questo dorsuario mostro un obelisco di petra verdeggiante sustentava nel fastigio dil quale infixo promineva uno rotondissimo trigone (palla). Sull’orlo della gualdrappa dell’elefante di catania è il motto della città: “Io Catania protettrice di re vinco le genti invincibili punisco quelle ribelli”. Falsa ed errata è l’opinione che l’obelisco provenga dall’antico Egitto e narri in geroglifici il mito di Iside, sarebbe invece opera romana forse di età imperiale le figure incise a scopo decorativo riprendono modelli egizi ma confusamente e ignorandone il significato. Esempio è il geroglifico “neb” usato come base di una figura di offerente nella scrittura geroglifica  è invece associato ad altri geroglifici. Houel lo rappresentò nella tavola del suo viaggio criticandone il piedistallo e lo nasconde.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Oggetto di frizzi e motti, non sempre benevoli, fin da quando gli venne assegnato l'attuale posto, al "Diotru" o "Liotru", ancora ai tempi nostri, i poeti dialettali della città rivolgono invocazioni e preghiere di un genere tutt'affatto differente da quello usato ai tempi del mago Eliodoro.

Una curiosità : l'architetto Francesco Fichera: «Egli così apprese che l'Etna fa e disfà la città; ...che la vita, per vestirsi, si serve da noi degli stessi terribili mezzi che la morte adopera per distruggere: la lava che i "petriatori" eternamente dissodano con opera lenta e pertinace. Nel costruire la fontana dell'elefante (1736).... fece conoscenza con questa pietra dura e forte di cui è composta la massa informe del pachiderma pacifico e longevo, simbolo della città». Fichera individua alcuni tratti del Liotru, noi aggiungiamo che l'elefante è noto anche per la sua intelligenza e per l'amicizia e la secolare collaborazione con l'uomo. Il gonfalone di Catania ha in esso l'elemento principale, nella speranza che i catanesi aspirino, almeno, alle sue virtù; sarebbe questa in parte la funzione del simbolo di una città che, come un logo, deve essere riconoscibile e rimandare con immediatezza a ciò che rappresenta. Era costume ,un tempo,  che ogni matricola "beccata" alla Centrale doveva anzitutto arrampicarsi sotto il Liotru, per pulirgli "le palle" con la retina, quelle stesse "palle" che gli erano state applicate a furor di popolo successivamente alla installazione della stessa statua dell'elefante». Fichera non parla di quell'aggiunta, ma riporta il verbale del consiglio comunale con le istruzioni su come dev'essere eretto il monumento, dove scopriamo che al Liotru mancavano anche… i piedi e che gli sono stati fabbricati per l'occasione; conoscendo i catanesi non è difficile pensare che non potessero accettare l'idea  di un simbolo che li rappresenta non avesse ben in mostra gli attributi .