Vizzini: Itinerario verghiano

 

 

Verga stesso raccontava che “nella sua infanzia una lunga epidemia di colera aveva costretto la sua famiglia a rifugiarsi nelle terre ch’essa possedeva nell’interno della Sicilia, a Vizzini”. Lì nacque il primo spunto per la Storia di una Capinera, e lì Jeli il pastore fu compagno di giochi del ragazzo Verga. “Così mi mescolai alla vita dei contadini: ebbi dei compagni della mia età, di cui mi impressionarono la storia e il carattere; assistetti direttamente ai drammi della loro miseria e delle loro passioni: mi affezionavo alle brave persone che vedevo tutti i giorni: cercavo istintivamente di comprenderle. Più tardi queste impressioni della giovinezza mi ritornarono con forza vivissima; fu allora che tentai di fissarle…”.

Il mito della passione e della giovinezza è calato in anime elementari, perché pare che vibri in queste più genuino e più profondo. Le passioni ivi riescono più forti, perché, pur nella loro forma elementare, sono legate ad un sistema, costituiscono una religione, trascinano con sé tutta una storia patriarcale di tradizione e di sentimenti regolari. Le passioni di questi primitivi hanno infatti un centro, un tempio: la casa, con tutte le sue leggi dell’onore e del lavoro. I drammi appaiono drammi religiosi: l’amore, il desiderio sensuale, l’onore, la vendetta perdono la loro forma demoniaca, trascendono cioè le persone, e si richiamano ad un’etica tutta ideale, elementarissima ma organica e ferrea nelle sue leggi.

 In questa cornice succede una cosa strana si entra "dentro" le novelle verghiane e non ci si meraviglierebbe di incontrare 'gira Pigna la Lupa, Santuzza, Turiddu, mastro don Gesualdo.....

Vizzini nella sua lunghissima storia ha dato i natali a molti personaggi illustri fra cui ricordiamo il padre del Verismo G. Verga. Riguardo alla disputa fra Vízzini e Catania circa i natali dell'illustre scrittore diciamo subito che la sua nascita risulta agli atti del Comune di Catania, ma secondo una tesi avvalorata da molti studiosi verghíani e dal Verga stesso, spesso non esita ad autodefinirsi - come leggiamo nelle numerose raccolte epistolari con De Roberto, Rapísarda, Capuana, ecc - Vizzinese, in particolare, una lettera a Capuana porta la dicitura "da un villano di Vizzini a un villano di Mineo''.Per chiudere il discorso circa la sua nascita diciamo che pare sia nato in una zona di Campagna in territorio di Vizzini (Tiepidi) dove la famiglia si era rifugiata per sfuggire al colera che infuriava a Catania: detta casa esiste ancora ed è in discrete condizioni. La parte più significativa della sua produzione verista egli la ambientò a Vizzini anche se non fa quasi mai il nome della città, forse per una forma contrastante di attaccamento/distacco caratteristico dell'uomo -scrittore nei confronti della sua terra. Le sensazioni che scaturiscono da una distensiva passeggiata per le viuzze del paese, quelle vie di anonimi vinti di cui non rimane nessuno stemma a testimoniare i sudori e le fatiche (quegli stessi anonimi sui quali si è posta invece l'attenzione dello scrittore), caratteristiche e suggestive si accavallano con i sentimenti suscitati dai personaggi verghiani le cui vicende palpitano ancora tra le piccole case basse.

A questo punto nelle caratteristiche viuzze che seguono i declivi naturali del territorio e si adagiano ad esso senza traumi, alcune delle quali assolutamente (e felicemente) inaccessibili a moto e automobili, succede una cosa strana, il tempo si ferma e l'occhio vaga quasi indisturbato tra le piccole case, le tegole grigie usate ora nei tetti ora somiglianti a scanalature, secondo un uso caratteristico della zona, usate nelle pareti esterne come isolante dalle intemperie.

Da qualsiasi punto si gode una splendida vista sulla campagna circostante e non è raro sentire un rumore di zoccoli e vedere sbucare da un angolo un mulo od un asino bardati secondo la foggia antica, con un carico di legna, guidato da un contadino con il basco e il viso bruciato dal sole.

E in questa cornice succede una cosa strana, si entra "dentro " le novelle verghiane ed esse non sono più parole ma vita reale e non ci si meraviglierebbe di incontrare la 'gna Pina di ritorno dai campi con il suo volto affaticato e acceso di "Lupa" che le comari seguono con lo sguardo da dietro le imposte fino a che è possibile facendosi il segno della croce. Oppure Ieli di ritorno il sabato a casa dai campi alla sua Mara.

0 ancora Mazzarò con il volto preoccupato per la sua "Roba" con la giacca e il cappello liso ma che in tutti quelli che lo vedono (anche nei signori che un tempo lo prendevano a calci) suscita riverenza e timore. La folla dei vari Turiddu, Alfio, massaro Cola ecc. e delle varie Lola, Santuzza, Mara, Diodata vive ancora e le loro ragioni sono condivise dai più.

Nella Piazzetta di S. Teresa sembra di assistere al bacio della sfida, dentro l'osteria della gna' Nunzia, dalle scale della chiesa sembra di udire la maledizione di Santuzza e tra i fichidindia della cunziria sembra di rivedere il duello di Alfio e Turiddu. Tra le "imposte" del settecentesco palazzo Trao quasi diroccato, come nel 1889 sembra ancora intravedersi il volto di Bianca.

Mentre nella viuzza denominata Ventimiglia sembra di veder rientrare a notte fonda, stanco, Mastro don Gesualdo perennemente curvo sotto sacchi immensi di grano. Ed ancora ricordiamo i palazzi La Gurnia, Sganci (Pal.La Rocca) e Rubiera ed ancora, nella campagna vicina, il ponte sul fiume grande. Tutti i luoghi elencati ed altri ancora ci fanno rivivere le emozioni provate leggendo oltre alle opere citate tante altre come il Mistero, Pane Nero, Don Licciu Papa, Pentolaccia, Gli Orfani, Guerre dei Santi, ecc

Presentiamo di seguito alcuni brani del Verga ambientati a Vizzini: due novelle (Cavalleria rusticana e La lupa) in versione integrale e il brano d’inizio di Mastro don Gesualdo.

1/1

Mastro don Gesualdo

di Giovanni Verga

 

Suonava la messa dell'alba a San Giovanni; ma il paesetto dormiva ancora della grossa, perché era piovuto da tre giorni, e nei seminati ci si affondava fino a mezza gamba. Tutt'a un tratto, nel silenzio, s'udì un rovinìo, la campanella squillante di Sant'Agata che chiamava aiuto, usci e finestre che sbattevano, la gente che scappava fuori in camicia, gridando:

- Terremoto! San Gregorio Magno!

Era ancora buio. Lontano, nell'ampia distesa nera dell'Alìa, ammiccava soltanto un lume di carbonai, e più a sinistra la stella del mattino, sopra un nuvolone basso che tagliava

1/1
1/1
1/1

l'alba nel lungo altipiano del Paradiso. Per tutta la campagna diffondevasi un uggiolare lugubre di cani. E subito, dal quartiere basso, giunse il suono grave del campanone di San Giovanni che dava l'allarme anch'esso; poi la campana fessa di San Vito; l'altra della chiesa madre, più lontano; quella di Sant'Agata che parve addirittura cascar sul capo agli abitanti della piazzetta. Una dopo l'altra s'erano svegliate pure le campanelle dei monasteri, il Collegio, Santa Maria, San Sebastiano, Santa Teresa: uno scampanìo generale che correva sui tetti spaventato, nelle tenebre.

- No! no! E' il fuoco!... Fuoco in casa Trao!... San Giovanni Battista!

Gli uomini accorrevano vociando, colle brache in mano. Le donne mettevano il lume alla finestra: tutto il paese, sulla collina, che formicolava di lumi, come fosse il giovedì sera, quando suonano le due ore di notte: una cosa da far rizzare i capelli in testa, chi avesse visto da lontano.

- Don Diego! Don Ferdinando! - si udiva chiamare in fondo alla piazzetta; e uno che bussava al portone con un sasso.

Dalla salita verso la Piazza Grande, e dagli altri vicoletti, arrivava sempre gente: un calpestìo continuo di scarponi grossi sull'acciottolato; di tanto in tanto un nome gridato da lontano; e insieme quel bussare insistente al portone in fondo alla piazzetta di Sant'Agata, e quella voce che chiamava:

- Don Diego! Don Ferdinando! Che siete tutti morti?

Dal palazzo dei Trao, al di sopra del cornicione sdentato, si vedevano salire infatti, nell'alba che cominciava a schiarire, globi di fumo denso, a ondate, sparsi di faville. E pioveva dall'alto un riverbero rossastro, che accendeva le facce ansiose dei vicini raccolti dinanzi al portone sconquassato, col naso in aria. Tutt'a un tratto si udì sbatacchiare una finestra, e una vocetta stridula che gridava di lassù:

- Aiuto!... ladri!... Cristiani, aiuto!

- Il fuoco! Avete il fuoco in casa! Aprite, don Ferdinando!

- Diego! Diego!

Dietro alla faccia stralunata di don Ferdinando Trao apparve allora alla finestra il berretto da notte sudicio e i capelli grigi svolazzanti di don Diego. Si udì la voce rauca del tisico che strillava anch'esso:

- Aiuto!... Abbiamo i ladri in casa! Aiuto!

- Ma che ladri!... Cosa verrebbero a fare lassù? - sghignazzò uno nella folla.

- Bianca! Bianca! Aiuto! aiuto!

Giunse in quel punto trafelato Nanni l'Orbo, giurando d'averli visti lui i ladri, in casa Trao.

- Con questi occhi!... Uno che voleva scappare dalla finestra di donna Bianca, e s'è cacciato dentro un'altra volta, al vedere accorrer gente!...

- Brucia il palazzo, capite? Se ne va in fiamme tutto il quartiere! Ci ho accanto la mia casa, perdio! - Si mise a vociare mastro-don Gesualdo Motta. Gli altri intanto, spingendo, facendo leva al portone, riuscirono a penetrare nel cortile, ad uno ad uno, coll'erba sino a mezza gamba, vociando, schiamazzando, armati di secchie, di brocche piene d'acqua; compare Cosimo colla scure da far legna; don Luca il sagrestano che voleva dar di mano alle campane un'altra volta, per chiamare all'armi; Pelagatti così com'era corso, al primo allarme, col pistolone arrugginito ch'era andato a scavar di sotto allo strame. […]

 

 

ITINERARIO VERGHIANO

Il paese in cima al colle, arrampicato sui precipizi, disseminato fra rupi enormi, minato da caverne che lo lasciavano come sospeso in aria, nerastro, rugginoso, sembrava abbandonato senza un'ombra, con tutte le finestre spalancate nell'afa, simili a tanti buchi neri, le croci dei campanili vacillanti nel cielo caliginoso" (da "Mastro Don Gesualdo", capitolo I). Chi volesse ammirare le bellezze dell'itinerario verghiano - percorso che unisce idealmente luoghi e scenari che ispirarono il maestro verista - non ha nemmeno bisogno della classica "piantina" o di qualsivoglia guida turistica. Equipaggiamento necessario: jeans, scarpe comode, i libri di Verga, magari una cuffia con le note di Mascagni. E tanta, tantissima fantasia. Una "provocazione" per invitare ad un particolare viaggio a Vizzini. Che si può fare attraverso le pagine verghiane, una continua narrazione-descrizione più che sufficiente ad illustrare quasi tutti gli scorci più suggestivi. Proviamo a fare un semplice "esperimento". Il nostro tour parte ovviamente da piazza Umberto, dove sorge Palazzo Verga, residenza nobiliare della famiglia dello scrittore. Si sale quindi verso la chiesa di S.Agata, ancor più affascinante dopo la ricostruzione della vicina scalinata Lucio Marineo, rivestita da pannelli di pietra lavica ceramizzata dipinti a mano. "Il sole di sesta scappava dalle cortine, in alto, e faceva rifiorire le piaghe di sant'Agata, all'altare maggiore, quasi due grosse rose in mezzo al petto" (da "Mastro Don Gesualdo"). Altri edifici sacri di notevole pregio sono la chiesa Madre, la chiesa di San Giovanni e la chiesa di Santa Maria di Gesù."... e le pendici delle colline verdi di sommacchi, e il campanile che pareva un manico di saliera" (da "Jeli il pastore") "Si udiva un tafferuglio nella piazza, strilli da lontano; la gente correva verso San Giovanni, e il campanone che suonava a distesa, laggiù" "Al villaggio la chiamavano "la Lupa", perché non era sazia giammai - di nulla. [...] Padre Angioino, di Santa Maria di Gesù, un vero servo di Dio, aveva persa l'anima per lei". Senza dimenticare che esiste un preciso campionario di luoghi esclusivamente legati ad alcune opere di Verga.

 

Sfogliando "Mastro Don Gesualdo" possiamo avventurarci verso via Santa Maria dei Greci, dove c'è Palazzo Trao. "Dal palazzo dei Trao, al di sopra del cornicione sdentato, si vedevano salire infatti, nell'alba che cominciava a schiarire, globi di fumo denso..." Oppure ritornare giù in piazza Umberto, fino a Palazzo Sganci."Giù in piazza, davanti al portone di casa Sganci, vedevasi un tafferuglio". Altri interessanti riferimenti sono quelli di Palazzo Rubiera (nella salita Verga) e di Palazzo La Gurna (in via Vittorio Emanuele). Ma si può scovare persino la casa di Mastro Don Gesualdo, in via Santa Maria dei Greci. "Una volta, al tempo dello splendore dei Rubiera, c'era stato anche il teatro. Si vedeva tuttora l'arco dipinto a donne nude e a colonnati, come una cappella". "Nella casa antica dei La Gurna, presa in affitto da don Gesualdo Motta, s'aspettavano gli sposi". "Nel vicoletto lì accanto, vicino a casa sua, trovò Diodata che stava aspettando con la mantellina in testa, rincantucciata sotto l'arco del ballatoio". Vizzini è lo scenario principe anche di un altro capolavoro verghiano: "Cavalleria Rusticana". Oggetto di una recente monografia pubblicata a cura dell'Azienda provinciale turismo di Catania ("Guida ai luoghi di Cavalleria Rusticana a Vizzini"), anche il percorso "rusticano" è pieno di sorprese. Innanzitutto l'osteria della Gna'Nunzia, in piazza Santa Teresa. Luogo dove la fantasia verghiana ambientò il "bacio della sfida" tra Alfio e Turiddu. "Turiddu, [...] smaltiva l'uggia all'osteria, con gli amici, e la vigilia di Pasqua avevano sul desco un piatto di salsiccia. Come entrò compare Alfio, [...] comprese che era venuto per quell'affare [...] Si scambiarono il bacio della sfida. Turiddu strinse tra i denti l'orecchio del carrettiere". Per rituffarsi poi nel cuore del centro storico, imbattendosi magari nella minuscola finestra di Lola, che si affaccia da un palazzo di via Volta. "Lola che ascoltava ogni sera, nascosta dietro il vaso di basilico, e si faceva pallida e rossa, un giorno chiamò Turiddu". Sempre in via Volta si ritrova la casa di Santuzza. "Come il babbo mise Turiddu fuori dall'uscio, la figliuola gli aprì la finestra e stava a chiacchierare con lui tutta la sera, che tutto il vicinato non parlava d'altro". Un'ultima parentesi a parte per la Cunziria (stupendo il panorama che si gode da piazza De Gasperi), antico borgo artigiano che fu scenario del celeberrimo "duello rusticano". "Il carrettiere gli buttò le braccia al collo. - Se domattina volete venire nei fichidindia della Canzaria potremo parlare di quell'affare, compare". "Turiddu annaspò un pezzo di qua e di là fra i fichidindia e poi cadde come un masso". Ma Verga utilizza il villaggio dei conciapelli come scenario di altre opere. "E i razzi salivano dritti e lucenti dietro i monti della Canziria, come le stelle che piovono in agosto" (da "Jeli il pastore"). "Si vedevano nei pascoli lontani della Canziria, sulla pendice brulla, le immense macchie biancastre delle mandre di Mazzarò".

 

Vizzini: Itinerario verghiano

di Luigi Russo

 

Verga stesso raccontava che “nella sua infanzia una lunga epidemia di colera aveva costretto la sua famiglia a rifugiarsi nelle terre ch’essa possedeva nell’interno della Sicilia, a Vizzini”. Lì nacque il primo spunto per la Storia di una Capinera, e lì Jeli il pastore fu compagno di giochi del ragazzo Verga. “Così mi mescolai alla vita dei contadini: ebbi dei compagni della mia età, di cui mi impressionarono la storia e il carattere; assistetti direttamente ai drammi della loro miseria e delle loro passioni: mi affezionavo alle brave persone che vedevo tutti i giorni: cercavo istintivamente di comprenderle. Più tardi queste impressioni della giovinezza mi ritornarono con forza vivissima; fu allora che tentai di fissarle…”.

Il mito della passione e della giovinezza è calato in anime elementari, perché pare che vibri in queste più genuino e più profondo. Le passioni ivi riescono più forti, perché, pur nella loro forma elementare, sono legate ad un sistema, costituiscono una religione, trascinano con sé tutta una storia patriarcale di tradizione e di sentimenti regolari. Le passioni di questi primitivi hanno infatti un centro, un tempio: la casa, con tutte le sue leggi dell’onore e del lavoro. I drammi appaiono drammi religiosi: l’amore, il desiderio sensuale, l’onore, la vendetta perdono la loro forma demoniaca, trascendono cioè le persone, e si richiamano ad un’etica tutta ideale, elementarissima ma organica e ferrea nelle sue leggi.